mercoledì 8 aprile 2009

i vecchi

Mi ricordo che durante una versione di latino la mia prof di ripetizioni, dalla quale andavo prima dei compiti in classe, mi corresse la traduzione del sostantivo senex in 'vecchio' anzichè in 'anziano', dicendomi che quel termine non aveva affatto un valore dispregiativo e che, anzi, era la traduzione più corretta. Da allora tutte le volte che vedo una persona attempata penso a quel momento, alla mia adorata professoressa, Evelina, che indossava sempre maglie di cachemere un po' lise e un antico ciondolo d'oro appeso a una lunga catena che batteva contro il bordo della scrivania di legno scuro, che aveva le mani rugose ma eleganti, i capelli bianchi cortissimi, gli occhi azzurri e sorridenti e un leggero profumo di limone. Non era il miglior modo per trascorrere due ore dei miei pomeriggi, ma da Evelina ci andavo davvero volentieri. Stamattina mi è di nuovo tornata alla memoria lei, che purtroppo penso non sia più viva, e quella sua frase, enunciata più come una lezione di etica che come correzione dal latino. Stamattina, infatti, davanti a me era seduto un vecchio, tanto intento a leggere il contenuto delle buste che aveva in mano da non accorgersi che stava occupando due posti con tutti i suoi ammenicoli, valigetta in policarbonato, sacchetto di nylon stropicciato, cartellina di cartoncino aperta sulle ginocchia, piedi lunghi in calze blu consumate e vecchi sandali ancora fuori stagione. Mi ha dato fastidio il suo non accorgersi di essere ingombrante e di non farmi sedere se non in obliquo sulla punta del sedile già di per sè scomodo. Non mi è piaciuto il suo modo di guardarsi intorno con aria torva e non curante. Ma poi all'improvviso si è come destato dalla lettura delle bollette in cui era immerso, si è spostato e raddrizzato, mi ha chiesto se dovessi scendere e se per caso mi stesse intralciando con le sue cose. Dopo poco è sceso lui e l'ho sentito chiedere scusa ad un signore, altrettanto gentile, con cui si è scontrato mentre saliva dalla medesima porta del bus. Ho ripensato al suo sguardo che mi era parso torvo e che, invece, forse era soltanto preoccupato. Ho riletto la sua postura disattenta non più come incurante del prossimo, ma come quella di un uomo che si deve arrangiare nella confusione di una città che viaggia più veloce dei suoi passi, nella complicazione di una società che ti taglia fuori se non fai addebitare le tue spese sul conto in banca, nel profondo razzismo che il mondo in cui viviamo impone contro chi non ha un computer, chi non è un advanced user della rete, chi non può aggiornarsi perchè non sa come, chi non conosce leggi cavilli normative e, di conseguenza, neanche i propri diritti. Il nostro mondo non è per i vecchi, ma li esclude, li emargina, li isola, li mette a dura prova ogni giorno, con barriere architettoniche e fatiche amministrative e incomprensioni generazionali. Penso a quando avrò io quell'età, se ci arriverò, a quando una giovane persona mi osserverà con compassione, ovvero condividendo le mie fatiche e preoccupazioni: allora sarò contenta di sapere che qualcuno sta tentando, in quel preciso istante, di immedesimarsi nelle mie difficoltà...

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