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giovedì 12 ottobre 2017

Ritrovamenti

Il blog è rimasto intatto per più di un anno.
Non ne ho sentito il bisogno, di scrivere, in questo anno.
Troppo presa dagli eventi, dalla fretta, dagli ammutinamenti.

Poi per caso, capita di volersi descrivere, in fretta, di colpo, in sintesi.
L'urgenza di condensare se stessi, senza avere tempi e luoghi adatti per farlo.
E allora si torna lì, alla scrittura abbandonata e messa a tacere.
Un periodo lungo di silenzio, che ora rivendica il bisogno di prendere ossigeno.

E si torna lì, dove ci si ritrova, dove si era rimasti. Si torna sempre lì, dopo molteplici giri ed evoluzioni di cuore e testa. Più di testa, anzi. E di coscienza.


La mia età non è questa
È almeno la metà
Passami il mantello nero
La mia spada da torero
Oggi salvo il mondo intero
Con un gioco di magia
Non sarò mai abbastanza cinico
Da smettere di credere
Che il mondo possa essere
Migliore di così

martedì 12 aprile 2016

Percorsi su youtube

Il passaggio è stato tortuoso.
Da una playslist su Spotify, ai Faith no more, ai Commodores, a Lionel Richie, ai Westlife che cantano Easy con lui e che in un concerto rifanno Footloose.
Più o meno questa la mappa che ho percorso per arrivare fin qui.

E per rendermi conto che senza la danza è durissima. Mi manca da morire.
Con questo brano che va, non riesco a star ferma coi piedi sotto la scrivania e coi conti in testa...



...Ma poi ritorno a bomba e, un po' per non trasformare lo studio in una scena degna di una puntata di Saranno Famosi, in cui tutti salgono sui tavoli e improvvisano (si fa per dire) coreografie nel bel mezzo di una pausa pranzo in mensa, mi limito (anche qui per modo di dire) alla musica.
Ché quella, invece, mi accompagnerà sempre, in un modo o nell'altro.



Why in the world would anybody put chains on me?
I've paid my dues to make it
Everybody wants me to be
What they want me to be
I'm not happy when I try to fake it! no!

giovedì 17 settembre 2015

Un anno di.

Ci sono poi quelle sere come questa, in cui nessuno stimolo naturale -fame, sete, o sonno- ti distoglie e ti fa alzare dalla scrivania. Che sarebbe meglio eh, spegnere tutto e andare a cucinarsi qualcosa, accendere la tele, aprire una rivista a caso, fare qualunque altra cosa piuttosto che restare qui a scavare. E per crogiolarti ancor meglio in questo dondolìo di pensieri scegli pure una colonna sonora che ti inchiodi definitivamente alla sedia finché non hai finito di scrivere tutto. Tra l'altro non scegli mica un artista sensato, un musicista raffinato, o un album che ti aiuti a combattere questo spleen. No, no, vai a cercare la playlist ad hoc, quella che raccolga anche quella canzone di Tiziano Ferro (ebbene sì) che ieri in macchina sotto la pioggia al semaforo è partita a tradimento, facendoti piombare nella malinconia più totale. E in tutti i maledetti brani, che si susseguono uno dopo l'altro, riesci a trovare, ovviamente, un riferimento adeguato, uno spunto per pensare 'vedi anche a me succede proprio così'.
Ma dio santo, perché torturarsi anche quando si è consapevoli e lucidi e sani e si conosce perfettamente dove conduce il bordo del sentiero? Niente da fare, ti affidi al cammino dei pensieri e dei grumi in pancia, lo percorri fino in fondo, anche se sai che fa un po' male, anche se non sai dove mi porta.
Un anno di cose piccole. Di dettagli. Di coincidenze.
Un anno fatto di sabati, poi di settimane, poi mesi, poi vacanze estive ed eccoci qui, dopo un anno appunto. Non l'avresti mai nemmeno potuto immaginare, un anno fa.
Arrivi appena in tempo a fare il famoso passo indietro, per proteggerti, per salvarti almeno questa volta.
Eppure mica sta servendo a molto.
Ché tanto la mente richiama tutti quei bellissimi dettagli e li compone in una scenografia nitida, in cui ti proietti: nel passato svanito troppo mollemente, in un presente che è diverso e in un futuro che non sarà.
Accidenti a lui, alla sua musica, a Erri De Luca, a Caetano Veloso, ai tramonti, alle cicatrici, a quegli occhi blu. Non azzurri, non celesti, ma blu. Forse sono stati proprio loro a fregarmi.

Un anno di opportunità vissute così come venivano, senza aspettative, senza attese.
Ma ora che ti ci saresti messa, in sua attesa, ti ritrai in un guscio che speri ti faccia da scudo, almeno per un po'.



Meu coração vagabundo
Quer guardar o mundo
Em mim




domenica 10 maggio 2015

Di tramonti dal mare.

Tutto era nato dopo aver ricevuto una foto inaspettata, scattata alla fine di una domenica di sole fuori stagione, come oggi.
Sono trascorsi i mesi da quella foto. Otto per essere precisi.
Fatti di molte piccole cose. Anche di pause e sospensioni, chiarimenti e qualche momento faticoso.
Fatti di condivisione giornaliera di scemenze e, talora, di grandi argomenti spinosi e irrisolti.
Mesi fatti di coincidenze, di gusti che si scopre di avere in comune. Io mi sorprendo sempre quando succede. Perché trovo raro incontrare chi ami lo stesso vino, colore, fumetto, fiore, cibo, panorama.. So che è infantile sorprendersi, in generale, figuriamoci per cose così piccole e insignificanti. Ma non voglio smettere di farlo perché è uno di quei rari moti dell'animo che ti fanno sorridere dentro, che ti alleggeriscono il cuore.
Mesi fatti, soprattutto, di grande intimità. Di quella difficile da spiegare agli altri, di quella rara che ci si chiede se sia un miracolo, se non sia addirittura troppa, se possa durare ancora, o se averla trovata sia solo una gran fortuna e basta. 
Ecco tutto questo forse oggi finisce.
Ho questa sensazione, triste e ingombrante. È un senso di allontanamento, di distacco improvviso, che fa male, pur senza aver mai sognato nulla, in questi otto mesi, senza aver mai progettato futuri né vacanze insieme, per carità, senza aver chiesto o preteso cose diverse da quelle che erano lì, davanti a noi, evidenti come la luce.
Perciò, in questa domenica di sole e aria che invade la casa di profumo di gelsomini, so che non riceverò un'altra foto al tramonto come quella. Perché qualcosa è cambiato, si sono consumate le poche cartucce che c'erano a disposizione e tutto è già un ricordo. Bello ma doloroso.

lunedì 27 aprile 2015

Mia madre

E proprio perché questo weekend non mi sono fatta mancare nulla, ho anche visto 'Mia madre'. Ma non solo.
C'era anche lui, dopo la proiezione, a raccontare il film e, sostanzialmente, un pezzo di sé.
Ho una passione viscerale per Nanni Moretti, che, quando dirige e interpreta film come questo, diventa la mia icona di uomo ideale. Profondo, ironico, intelligente, geniale, cinico, attraente, ombroso, a disagio (si autodefinisce così, in una critica di sé tanto assurda quanto affascinante), e anche un po' stronzo, sì, diciamolo, a tratti urticante.
E questo film è la riprova di quanta roba si possa mettere in due ore di pellicola.
Chiunque abbia già sperimentato nella vita un periodo di convalescenza di un familiare stretto, è catapultato sullo schermo, dentro la trama.
Chiunque abbia vissuto relazioni sull'orlo del perenne dubbio di fare bene e di esserci per l'altro, diventa Margherita e la comprende, la compatisce e la combatte per l'intero film.
Chiunque si domandi, ogni giorno, se sia giusto continuare a nascondersi dietro la scusa del lavoro anziché correre a casa a godersi ogni minuto della vita fatta di sentimenti, legami e persone, sente arrivare dritta al cuore la lama di ogni dialogo, ogni dettaglio, ogni sguardo perso nel vuoto della protagonista.

'Non devi fermarti al primo significato che trovi sul dizionario'...

Armatevi di coraggio e andate a vedere questo capolavoro.




mercoledì 20 novembre 2013

Io boia, anche questa volta.

Essermi svincolata da te prima sarebbe stato molto salutare per me.
Ma a posteriori, si sa, è tutto troppo semplice.
Quanto tempo perso, quanta fatica sprecata, quante energie regalate invano.

E poi ti incontro, per caso, in un reparto pieno di fiori e addobbi di Natale, e l'unica cosa che provo
non è stupore, ma chiara conferma
non è gelosia, ma evidente superiorità
non è nostalgia, ma piacevole liberazione
non è rabbia, ma sottile pena.
Una sorta di fredda, distaccata compassione umana per chi non sa salvarsi da se stesso.

La mia ghigliottina alla fine ha decapitato anche te.
Non avrei mai immaginato che sarebbe successo in maniera tanto netta.
E invece la testa che rotola giù dal patibolo è stato uno spettacolo rapido e, ormai, indolore.
Addio. Finalmente, addio.




domenica 1 settembre 2013

Fine vacanze 2013

Ci siamo arrivati, domani è il primo di settembre e il caldo, le vacanze e l'illusione del tempo dilatato dalla luce del sole finiscono, tutti contemporaneamente.
Chiudo quest'estate, che mi è sembrata straordinariamente lunga, con una cena in quota con la mia amica di sempre, orlata di cibi luculliani, un barbaresco dignitosissimo e un cielo stellato neanche troppo freddo.
In fondo quest'anno ho fatto vacanze non molto diverse da quando avevo vent'anni in meno: mare, un viaggio on the road e, infine, la montagna. Pochi fondamentali dettagli ne cambiano la connotazione; nella sostanza sono state simili a quando ero a malapena maggiorenne.
Sull'onda di questa consapevolezza riaffiorano i soliti sprazzi mnemonici cui sono affetta, come da una sindrome nostalgica, e mi riportano ancora più lontano.
Avevo dodici, tredici anni, facevo le medie, tutto mi veniva facile, incluse le nuove effimere amicizie del mare, nonostante una mia proverbiale timidezza.
Il momento migliore della giornata non era la colazione a buffet, dove mangiavo sempre troppo, o uno dei molteplici corsi sportivi di nuoto ginnastica tiro con l'arco aerobica e balli di gruppo - durante i quali gli animatori sistematicamente mi incastravano per allestire lo spettacolino a fine settimana e io ben contenta vi partecipavo, fiera, in prima fila - o i tuffi in piscina, né il gioco aperitivo - che manco volevo indagare su che cosa fosse, visto che mi sembrava assurdo andare al bar poco prima di pranzo (beata innocenza).
No, il clou delle mie giornate marine era il dopo-cena, per la precisione il dopo-spettacolo dello staff  d'animazione: la discoteca nell'arena. Lì si aprivano le danze coi balli di gruppo, che, per i motivi suddetti, io conoscevo alla perfezione, e poi ci si scatenava con la discomiusik. Che meraviglia. Ricordo che sudavo, ricordo i jeans bianchi corti alla caviglia, le spalline, il gel per capelli che non riusciva mai a contenere il gonfiore dei miei ricci, le camicie in tinte pastello con i disegnini piccoli piccoli (e se nomino "naj oleari" ci capiamo tutti al volo), i braccialetti di plastica, l'orologio di gomma profumata (l'hip hop, idem come sopra), poi sostituito da improbabili modelli di swatch in plastica trasparente che l'anno successivo era già diventata giallognola.
E, ovviamente, ricordo la musica.
Il tripudio di quello che ora definirei trash, ma che, muovendomi oggi quasi a commozione, mi limito a chiamare 'pop anni 80'. In particolare questo brano, il primo ad aver fatto da colonna sonora a una cotta estiva colossale, quando ancora ignoravo che sarebbe stata la prima di una lunghissima serie. 
Ed erano i tempi delle medie.
Da non credere. 

domenica 25 agosto 2013

Immagini e memoria.

Le immagini dei viaggi si incollano agli occhi in modo indelebile.
E non c'è bisogno nemmeno di andare nell'Africa Subsahariana per farne una scorpacciata.
Sono quei momenti perfetti, quegli scorci, quegli odori che fanno da collante permanente tra vista e  memoria. Click, esattamente come uno scatto fotografico.
Restano lì, perenni, e diventano materia viva al fondo di un immenso pozzo cui attingere durante il resto dell'anno. Durante l'autunno, che oggi sembra più vicino che mai, durante le serate senza senso e senza novità o quelle in cui si attende una telefonata che non arriva mai, durante le ore già buie alle cinque del pomeriggio. Durante le fatiche e le trasferte controvoglia, durante le code in centro quando per attraversare un incrocio ci si impiega il tempo di quattro semafori anziché uno, durante quelle mattinate che faticano a decollare perché fa freddo e piove e non si sa cosa mettersi addosso e il naso cola e la borsa è pesante e la testa di più.
Resteranno lì, per me, un sacco di cose, da Formentera a Barcellona alla Provenza.
Le strade percorse in motorino con in testa un caschetto da bici, la sorpresa di quanto era cristallina l'acqua e bianco e morbido il fondo di sabbia, l'odore di macchia mediterranea, il concerto in una piazza lastricata di mosaico fatto di cocci di ceramica e di azulejos, il sole che alle nove spaccate tramonta in mare esattamente di fronte a me mentre bevo un mojito.
Le montagne che conosco a memoria e che poco dopo lasciano il posto a nuove strade tutte di curve, le file di motociclisti che quando si incrociano si salutano con l'indice della mano sinistra distesa lungo la gamba, i campi di lavanda di girasoli e i vigneti, le luci ingannevoli all'ingresso della città, il gin tonic bevuto su una terrazza piena di bouganville e di sorrisi, le ramblas ombreggiate, plaza del Pi rimasta immutata da più di dieci anni, la sudata salendo a piedi al Montjuïc, il ciringuito con il flamenco dal vivo, l'antenna di Calatrava vista di notte, la lettura seduta su una panchina all'ombra insieme a proprietari di cani e bambini e anziani in cerca di fresco, il sushi a sorpresa, l'abbraccio dell'amica di un'amica che diventa anche un po' amica tua.
Scollinare i Pirenei e ritrovarsi, dopo mille curve, di fronte a un paradiso di scogli mare ombre case che sembrano nate dalla roccia. Scoprire che l'albergo è più bello di quanto ci si aspettasse. Sdraiarsi nel silenzio e nel sole di mezzogiorno. Cenare sempre esattamente nel tipo di locale che ci si era immaginato, sorprendendosi ogni volta. Salire al faro che era stato raccontato tempo prima da una persona, fare un brindisi alla sua salute, restare a guardare la luna piena che imbianca il mare laggiù. Camerieri scapestrati ma con un sorriso che farebbe perdonare qualunque torto, vino bianco ghiacciato, vento potente, un tavolo che sembra un banco di scuola affacciato sul mare aperto.
Rocce, sentieri, riserva e la natura che si riappropria del suo spazio un tempo rubatole da un villaggio turistico e poi restituitole con generosità. File di gabbiani che sorvegliano l'unica baia dov'è concesso bagnarsi.
Poi di nuovo strada, curve, facce, pini marittimi, camper da sorpassare, benzinai, cambio di lingua, di nuovo Francia, porticcioli che ne ricordano altri, forse Nizza forse la Liguria. Vigneti infiniti a destra e sinistra dell'asfalto, case di pietra, pergolati, porte verniciate di azzurro lilla grigio perla. Un cane magrissimo adottato per la durata di un pranzo e la speranza che il suo padrone non sia lontano da lì dove lo accarezzo per l'ultima volta. Vicoli silenziosi, vetrine, scorci, Van Gogh non poteva non dipingere capolavori vivendo lì.
Ancora strada, viali alberati come nelle foto di Doisneau, nuvoloni e squarci di sereno.
E poi, infine, sulle nostre teste, un arcobaleno meraviglioso.
Che unisce tutte queste immagini di una vacanza che volge al termine con quelle di vent'anni fa, come se fossero state viste solo ieri.








lunedì 29 luglio 2013

Alle giostre

Mentirei se affermassi che le giostre non mi sono mai piaciute.
Vero è che non mi piacciono i parchi di divertimento, ne è prova il fatto che da bambina non ho mai messo piede a Gardaland, Mirabilandia o simili: la cosa che più gli si avvicina è il parco della Mini-Italia, esperienza di cui ricordo soltanto essermi annoiata a morte, con tutti quegli stupidi monumenti fuori scala rispetto alle proporzioni del territorio nazionale su cui si poteva passeggiare lungo sentierini in ghiaietto bianco e tra piccoli cespugli di bosso (forse l'idea di proporzione era già in me allora, inconsapevole futuro architetto). Peraltro mi chiedo se sia tuttora così e non vi abbiano inserito qualche nuovo servizio, qualche attrattiva più tecnologicamente avanzata, chessò, la guida interattiva per iPad che conduce i mini-visitatori di mini-città in mini-città. Lo ignoro e appositamente evito di accertarmente su internet.
Stesso discorso vale per i parchi acquatici: i delfini, le orche, le foche ammaestrate mi hanno sempre fatto una pena insopportabile. Adesso, con la drammatica consapevolezza dei maltrattamenti che subiscono quegli animali, men che meno ci andrei mai.
Le giostre, però, e intendo quelle vere, presenti solo in alcuni periodi dell'anno in alcune aree della città ben definite, sempre le stesse, con tanto di carrozzoni di giostrai al seguito, hanno sempre esercitato un fascino viscerale su di me.
Ho ricordi nitidi e sparsi rispetto alla linea del tempo.
I biglietti di cartoncino, spessisimo plastificato e ruvido, da una corsa per il "Rodeo": un circuito ellissoidale, con qualche dislivello creato da cunette di assi in legno, sul quale le macchinine viaggiavano, lentissime, su un binario monorotaia. Era la mia passione, perché ci potevo salire anche da sola. La mia amichetta saliva sulla vettura davanti o dietro e giocavamo ad inseguirci (su macchine sempre equidistanti, ovviamente).
I gettoni di plastica rossa per le navicelle spaziali: io ero troppo piccola e non arrivando alla cloche guidava mia mamma, mentre io mi godevo lo spettacolo della terra che si allontanava e avvicinava a seconda di quanto a lungo la navicella riusciva a restare "in orbita" senza essere colpita dalla mitragliatrice delle navicelle nemiche.
Il galeone, che mi faceva venire il mal di pancia dall'emozione, il trenino dei mostri, di cui conoscevo il percorso e gli imprevisti a memoria, ma ne adoravo la luce al neon che faceva venire i denti fluorescenti, il labirinto degli specchi, che in realtà trovavo inquetante e solo armata di gran coraggio e mai da sola riuscivo ad affrontare.
E poi c'era un gioco magico: la pesca dei cigni. Anche in quel caso non ero abbastanza alta per arrivare al bordo della paratia di legno, allora guardavo, con gli occhi sgranati, mia mamma che si prestava a giocare al posto mio e su mie indicazioni agiva: utilizzando un sottile bastone metallico con all'estremità un anello, doveva infilare il collo di quanti più cigni possibile. I cigni, di plastica bianca, nuotavano in tondo in una vasca piena d'acqua, al centro del gazebo. La vasca a me pareva lontanissima dalla paratia, così alta e irraggiungibile, e i cigni che mia madre pescava erano un bottino preziosissimo, perché alla ricchezza della pesca corrispondeva un premio più o meno bello. Una volta vincemmo un pesciolino rosso dentro un sacchetto di plastica trasparente. Era il mio primo -e, per molto tempo, unico- animale domestico. Morì dopo qualche mese, nonostante mangime specifico e boccia di vetro grandissima e cure adeguate. Non volli mai più giocare alla pesca dei cigni.

Ho rivisto la versione moderna del gazebo due weekend fa, nel piccolo luna park in montagna. L'ho osservata con gli occhi di un adulto, mi sono immedesimata in quel genitore che tiene l'amo da cigno con a fianco una nanetta che fa il tifo per pescare tanti cigni e papere. Mi ha commossa e, soprattutto, divertita perché ho realizzato che la paratia di legno sarà stata alta circa un metro e la vasca circolare lontana non più di 60 centimetri dal bordo.
I cigni, però, ai miei tempi erano solo bianchi e molto più sinuosi ed eleganti di questi.


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