Stare ai lati della pista non mi è capitato spesso.
Sarà che ne ho fatta poca di atletica, correvo i 100 metri e facevo il liceo. Il massimo mio traguardo è stato vincere il girone comunale dei Giochi della Gioventù (premio: tre giorni al centro Il Ciocco, a Castelvecchio Pascoli, con tutte le scuole torinesi vincitrici, accompagnati solo dai prof di ginnastica: roba che a quindici anni valeva più di qualsiasi medaglia).
Poi stop, ho sempre preferito la danza. E anche in quel caso stavo più sul palco che sotto.
Quindi non mi sono mai ritrovata a fare il tifo per dei compagni di squadra (ora che ci penso nemmeno sugli sci ho gareggiato più di tanto: senza mai allenarmi a fare pali, partecipavo sistematicamente alle gare della scuola per avere la scusa di tagliare le lezioni e finiva tutto lì).
Ma per la prima volta, grazie a un concatenarsi di ragioni che mai avrei previsto, mi sono ritrovata ai bordi del percorso della Maratona che domenica scorsa si è svolta nella mia città.
Gli anni scorsi l'avevo sempre sbirciata, con curiosità, al tg regionale. Mi sorprendeva vedere le riprese dall'alto che mostravano l'anello dei 42,195 chilometri (qua-ran-ta-due-virgola-cen-to-no-van-ta-cin-que!), con gli omini che correvano, un po' a gruppi compatti e un po' solitari, lungo le vie del centro, verso la periferia, intorno alla Reggia di Stupinigi, lungo i corsi alberati e di nuovo in centro verso il traguardo.
Stare però ai lati del percorso della Maratona, in particolare a pochi chilometri dall'arrivo, è diverso.
Ti passano davanti con la vista (immagino sia così) annebbiata. Guardano dritto, penso abbiano davanti a sé una specie di scenografia tutta loro, fissa, o chissà invece in movimento, con colori, con sagome, con immagini che li accompagnano mentre corrono. Anche se fa freddino loro sono paonazzi, in maniche e pantaloncini corti, con il nome della squadra con cui si allenano sulla maglietta, con un motto stampato sulla schiena, con le cuffie nelle orecchie. Hanno fisici diversissimi. Muscolosi, possenti, scheletrici, asciutti, nervosi. Tonici.
Ma soprattutto hanno l'espressione serena.
Che non vuol dire rilassata, né serafica. Anzi, certi hanno la faccia contratta dall'incazzatura di dover ancora faticare in quel modo disumano per altri quattro chilometri.
Ma rappresentano con le loro espressioni del viso e del corpo, con quella pelle arrossata dalla circolazione sanguigna, con le vene gonfie scolpite sulle tempie lucide, quello che per me è la sintesi assoluta di una delle migliori virtù umane: la forza di volontà.
Ed è commovente essere lì e fare il tifo per persone che non hai mai visto prima e provare, anche solo per quella frazione di secondo in cui incroci il loro sguardo, la condivisione di uno sforzo immane ma superabile.
Un monito evidente a non fermarsi davanti alle salite, a credere nelle proprie risorse, a non cedere mai alla fatica. Soprattutto quando a rallentarci è la stanchezza mentale.
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