Interrompo il mio silenzio stampa con un episodio degno davvero di esser narrato.
Sono le 22,30 circa, sto tornando a casa, un po' stanca, ma decisamente inebriata dall'aria primaverile-quasi-estiva della serata limpida e ventosa. Sono a piedi con la mia cagnolina al guinzaglio, aspetto che venga verde al semaforo e mi guardo intorno, montagne, collina, luna nettissima e brillante su un cielo RAL 5010, aria tersa. Mi volto e vedo nei giardini della piazza due sagome sotto uno dei miei alberi preferiti, tutto un fiore rosa stupendo, che stanno staccando dei rami.
Mentre aspetto che venga verde (in realtà non sta passando nessuna auto e avrei potuto attraversare da un pezzo) mi chiedo se andar a dir loro qualcosa.
Ecco il verde, faccio tre passi e poi torno indietro e mi dirigo verso il giardinetto.
Sono reduce dall'inizio della puntata odierna di Ballarò e soprattutto dalla premessa di Maurizio Crozza che chiude il suo intervento sempre geniale con una specie di mantra che mi risuona nelle orecchie: "Dobbiamo riconoscerci nello Stato". (http://www.youtube.com/watch?v=Ks2tRVfwYZ8) Non posso ignorare questa scena e allora vado.
Con aria gentile chiedo alle due donne (una più giovane e incinta che stacca ancora un ramo, l'altra più vecchia, che resta in disparte, già con quattro o cinque rami fioriti in mano) perché lo stiano facendo, dico loro che non si fa, che quell'albero è di tutti, è mio e loro e di tanti e che se facessimo così tutti non ci sarebbero più fiori in città.
La ragazza (avrà dieci anni buoni meno di me ma ne dimostra cinque o sei in più), accento dell'est, stazza da lottatrice, alito di birra e fare aggressivo, mi dice che lei è incinta (ah sì?!) e che quindi può fare tutto ciò che vuole. In pessimo italiano mi spiega che non lo farebbe se non aspettasse un bambino, che in fondo non fa niente di male, che le piacciono i fiori e che una donna incinta può fare tutto ciò che le pare, anche mangiare le zolle di terra (?).
Io cerco nella migliore delle modalità propositive di instaurare dialogo complicità e fratellanza. Le faccio degli esempi di comportamento civile usando il 'noi', denominando sia me sia lei come 'cittadine', sottolineando l'importanza dello spazio pubblico, che lo dobbiamo rispettare tutti, insieme a tutti e a favore di tutti.
Non ci capiamo, lei si innervosisce, mi chiede se sono una poliziotta, mi sfida a chiamare i carabinieri. Per fortuna la tranquillizzo, le spiego di nuovo e con esempi più semplici il principio per cui se facessimo tutti come ci pare vivremmo in un mondo peggiore, senza rispetto di niente e nessuno. Lei mi chiede come mi chiamo, mi dice il suo nome e poi proferisce i seguenti monito:
1. di stare attenta che se non mi faccio i fatti miei un giorno o l'altro qualcuno mi rompe una bottiglia in testa e devo chiamare l'ambulanza, 2. che non sono incinta e che non posso capire, 3. che sono stata fortunata perché se ci fosse stato un altro al posto suo non mi avrebbe spiegato tutte queste cose (quali cose?).
Poi le chiedo a che mese è ma non me lo vuol dire. Allora le faccio i miei auguri per la sua gravidanza e lei mi chiede il mio numero di telefono così ci incontriamo di nuovo ai giardini. Io le dico che lasceremo che sia il caso a farci incontrare e lei mi saluta con due baci e tante pacche sulle spalle, con l'aria di chi ha insegnato qualcosa a qualcuno.
Io torno al semaforo, questa volta attraverso col rosso mentre non passa nessuno.
Mi chiedo cosa resterà in mente a Tatiana (questo il suo nome) dopo il nostro incontro.
Spero che almeno i rami con quei fiorellini rosa intenso le facciano compagnia, rallegrino l'atmosfera magari triste della sua stanza, le facciano tornare in mente l'espressione 'spazio pubblico' che credo di aver ripetuto dieci volte in questo dialogo assurdo.
Lo Stato siamo noi. Già, ma noi chi?
Buonanotte. A tutti i cittadini che si sentono davvero parte di una civitas.
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